Raccontino                         Ornella Neri Ziccardi

In Sardegna con Grazia

 

Grazia Maria Cosima Damiana Deledda, nota semplicemente come Grazia Deledda è stata una scrittrice italiana vincitrice del Premio Nobel per la letteratura 1926. È stata la seconda donna a ricevere questo riconoscimento, e la prima italiana.

Dovette affrontare molti scontri, soprattutto con la madre di severissimi costumi, per dare forma alle aspirazioni profonde, per rispondere alla voce interiore che la chiamava irresistibilmente alla scrittura, soprattutto contro la piccola e chiusa società di Nuoro, dove era nata, in Sardegna  luogo dove il destino della donna non poteva oltrepassare il limite di “figli e casa, casa e figli”.

Solo il matrimonio nel 1900 e il successivo trasferimento a Roma le hanno permesso di lasciare la soffocante atmosfera sarda e andare verso la fama mondiale.

Il romanzo che più di tutti ha contribuito all'assegnazione a Grazia Deledda (1871-1936) del premio Nobel è stato il romanzo “ Canne al vento” e le “canne” (oggi il significato è più equivoco) sono piante che costituiscono il paesaggio dell’antica Galte, nei suoi colori, nei siti archeologici e nelle suggestioni dei panorami del Monte Tuttavista e del Golfo di Orosei. Oggi è “ Parco letterario Grazia Deledda”, a pochi chilometri da Nuoro.

Ecco ad un tratto la valle aprirsi e sulla cima a picco di una collina simile ad un enorme cumulo di ruderi, apparire le rovine del castello. L ' occhio stesso del passato guarda il panorama melanconico, roseo di sole nascente, la pianura ondulata con le macchie grigie delle sabbie e le macchie giallognole dei giuncheti, la vena verdastra del fiume, i paesetti bianchi col campanile in mezzo come il pistillo nel fiore.   Da “Canne al vento”

Tra la Cattedrale pisana di San Pietro e la Chiesa del SS Crocifisso e gli eleganti palazzetti di quella nobiltà rurale decaduta ispiratrice della Deledda, a Galtellì accade ancora spesso di imbattersi in esibizioni quasi spontanee de’ Sos Tenores - Canto a Tenore -, un’arte senza tempo riconosciuta dall’Unesco “Patrimonio immateriale dell'Umanità”.

Il quartetto che compone Sos Tenores  è formato da su bassu (il basso), sa contra (il contralto), sa mesu boche (mezza voce) e sa boche (la voce solista). Quest'ultima, cantando la poesia in lingua sarda, deve scandire il ritmo e la tonalità che il coro vero e proprio deve seguire armoniosamente.


Si ritiene che il canto a tenore sia nato come l'imitazione delle voci della natura: su bassu imiterebbe il muggito del bue, sa contra il belato della pecora e sa mesu boche il verso dell'agnello, mentre il solista sa boche impersona l'uomo stesso, colui che è riuscito a dominare la natura.

Le mie amiche di Anfiteatro possono fare insieme a me tre considerazioni:

  • possono ben capire come una donna dai raffinati sentimenti come Grazia Deledda, nell’ascoltare tre uomini su quattro non articolare un suono nella normale lingua italiana, sia dovuta fuggire lontano!
  • devono, inoltre, pensare che questa caratteristica animalesca tipicamente maschile (vedi foto del coro) si può allargare così tanto da diventare internazionale e promuovere vari “gemellaggi” fra paesi del mondo intero,
  • che la conoscenza in genere, e in particolare della lingua italiana, è più adatta ad un pubblico femminile, sempre più duttile e attento, proprio in considerazione del fatto che la natura è stata molto più generosa con le donne. Non dico di arrivare al Nobel come Grazia (ormai nostra amica e complice) ma ci si può avvicinare.

Teatro alla Scala   (breve storia)


Quando nella notte del 25 febbraio 1776, in circostanze misteriose, un incendio distrusse il Teatro Regio Ducale, Milano rimase senza un teatro d’opera.


I teatri erano costruiti in legno, illuminati con candele e riscaldati con bracieri; nei retropalchi ogni famiglia nobile teneva un cuoco, pronto ad assecondare ogni capriccio della gola. Non è un caso, allora, che spesso i teatri prendessero fuoco e gli incendi fossero un problema ben conosciuto.

Tale sorte toccò agli “antenati” del Teatro alla Scala: prima il Salone Margherita, poi il Regio Teatro Ducale (per ben due volte). Fu allora che i palchettisti, le grandi famiglie nobili dell’epoca, decisero che Milano dovesse avere un “suo grande teatro cittadino” quindi non più solo appannaggio dei nobili e della corte ma anche del popolo.


L’imperatrice Maria Teresa d’Austria incaricò allora l’architetto Giuseppe Piermarini di costruirne un altro, questa volta nell’area della fatiscente Chiesa di Santa Maria della Scala, così chiamata in onore di Beatrice Regina della Scala, sposa di Bernabò Visconti.


Dopo due soli anni, dal 1776 al 1778, i lavori furono ultimati. Nasceva così il Teatro Grande alla Scala, destinato a diventare uno dei maggiori punti di riferimento culturali d’Italia e d’Europa. Nella notte fra il 15 e il 16 agosto del 1943, il Teatro alla Scala fu pesantemente danneggiato dai bombardamenti alleati della Royal Air Force. L’11 maggio 1946, dopo una rapidissima icostruzione, l Teatro alla Scala riapriva nel suo splendore originale con un memorabile concerto diretto da Arturo Toscanini, . con l’orchestra schierata di fronte al sipario e il pubblico seduto su sedie comuni.  


Fra il gennaio del 2002 e il dicembre del 2004, la Scala affrontò il più profondo intervento di restauro e di modernizzazione dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ad opera di Mario Botta. A testimonianza di questo rinnovamento, sono visibili dall’esterno le due nuove “torri”, quella scenica e quella ellittica.

Ci fu la precisa intenzione di preservare il passato e la storia della Scala. Per questo la volta, distrutta dai bombardamenti, venne ricostruita con le stesse misure e materiali (legno di pioppo duro) dell’originale.


Furono perfino forgiati dei nuovi chiodi utilizzando come modello alcuni chiodi della fine del ‘700, ritrovati dopo il crollo. Per lo stesso motivo, nel restauro del 2002, venne rimossa la moquette in platea e tutte le macerie conseguenti al bombardamento, che erano state per motivi di tempo sepolte sotto il palcoscenico, oltre al linoleum dei palchi, che ha rivelato il cotto lombardo settecentesco.


Il lampadario del Teatro alla Scala (curiosità)


Nei teatri del XVIII secolo, Scala compresa, i singoli palchi appartenevano alle famiglie nobili e poi borghesi, che li potevano decorare e arredare secondo il proprio gusto, affittarli, venderli o lasciarli in eredità. Conteneva e contiene più di 2000 persone. In platea le sedie erano mobili: per potersi sedere occorreva noleggiarle. Ciò avveniva perché il Teatro alla Scala era spesso utilizzato per balli, feste in maschera e persino tornei a cavallo. Allo spettatore moderno risulta difficile immaginare l’atmosfera dell’epoca, con odori di cibo, fumo, confusione, luci.

E a proposito di luci……

Quando l’elettricità arrivò a Milano, il primo edificio pubblico a essere illuminato (opera curata dalla Edison) fu proprio il Teatro alla Scala, nel 1883. a Scala di Milano è stato il primo teatro al mondo a essere illuminato con luce elettrica. Durante la notte di Santo Stefano del 1883, in occasione della Prima della “Gioconda” di Ponchielli, 2450 lampadine elettriche furono infatti accese dalla centrale Edison di via Santa Radegonda. Uno dei tratti distintivi più noti della Scala di Milano è il grande lampadario centrale in cristallo di Boemia con ben 400 portalampadine e cupoletta di plastica, usate per motivi di sicurezza, per evitare un peso eccessivo. Quella di oggi è  la copia della versione originale ottocentesca, realizzata dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Caro lettore di Anfiteatro, adesso sbalordisci… Il lampadario è rivestito di oro zecchino, le coppette sono di vetro di Murano. E' formato da quattro bracci (le quattro stagioni) che a loro volta si suddividono in dodici rami (dodici mesi dell'anno) che recano 365 lampadine ,una per ogni giorno dell'anno.


Per avere un'idea delle dimensioni della coppa, con cui e applicato al soffitto , si pensi che all' interno scendono a volte tre uomini contemporaneamente, per manovrare "l'occhio di bue", ovvero il faro segui persone. Il tutto per un peso totale di mille chili.

La “ prima “ della Scala  (attualità)


Ogni 7 dicembre si compie un rito: la Prima della Scala. Un’opera lirica inaugura il teatro milanese dando il “la” a tutta la stagione.

 

Non sempre è stato così.

 

Nei primi 150 anni di vita del teatro l'attività iniziava il giorno di Santo Stefano (26 dicembre) con la Stagione di Carnevale, durante la quale si rappresentavano per lo più opere serie, in tre o quattro atti intervallati da balli. La stagione si concludeva alla vigilia della settimana di carnevale, durante la quale il teatro ospitava i balli e il veglione del sabato grasso. Dopo la Pasqua potevano svolgersi altre brevi stagioni (di Primavera, Estate, Autunno) dedicate all'opera buffa, alla commedia e ai balli, secondo la richiesta del pubblico e le disponibilità dell'impresario.

 

Al di fuori della normale programmazione, in occasione di eventi particolari quali trattati, incoronazioni o visite dei regnanti, venivano date delle cantate.

 

Nel 1920 venne abolita la suddivisione in stagioni: l'attività si svolgerà d'ora in poi in continuità da novembre a giugno.

 

Nel secondo decennio del XXI secolo, grazie soprattutto alla modernizzazione della macchina scenica, la Scala aumenta la propria attività: dalle circa 190 alzate di sipario degli anni 1990, si raggiunge il numero stabile di circa 280.

 

L'attuale consuetudine di inaugurare la stagione lirica il 7 dicembre, giorno di Sant'Ambrogio, patrono di Milano, fu introdotta nel 1940 e poi, stabilmente, per volere di Victor de Sabata, a partire dal 1951. Proprio il 7 dicembre di quell'anno Maria Callas, che aveva debuttato sul palcoscenico meneghino pochi mesi prima, ottenne il suo primo trionfo milanese cantando ne I vespri siciliani diretti dallo stesso De Sabata.

 

Lo spettacolo della sera di Sant'Ambrogio è insieme un evento culturale, istituzionale e mondano profondamente radicato nella vita italiana.

 

Nel 2020, a causa della pandemia di COVID-19, la "prima" è stata annullata e sostituita da un concerto a porte chiuse.

 

Milano si veste a festa per la Prima della Scala, in programma il 7 dicembre, giorno di Sant'Ambrogio.

 

Quest’anno è  in scena 'Macbeth' di Giuseppe Verdi. La serata inaugurale della nuova stagione del Teatro alla Scala è un evento che coinvolge tutta la città e interessa il mondo intero.

 

 La Prima arriva in ogni angolo di Milano grazie alle proiezioni in diretta dell'opera in moltissimi luoghi, da teatri a musei.

Prima della Scala, maxi schermo in Galleria Vittorio Emanuele

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